Nella terza puntata del viaggio controcorrente lungo il Po esploriamo Ferrara e la bassa mantovana. La rotta del 1951 che portò l'alluvione del Polesine. La città delle due ruote. I cantastorie e il Moby Dick d'acqua dolce. Qui si ascolta il bues combattendo una guerra tra formaggi. Sotto il controllo di uno sceriffo.
Il Grande Fiume italiano, il nostro Old Man River,
qui si distende come per filare via più veloce nel suo ultimo tratto prima di
diramarsi e quindi annullarsi nel nulla adriatico; maestoso, profondo, turgido
d’acqua, terra e storie. Il cielo sopra il Po, sopra il nero ponte ferroviario
di Occhiobello, stasera è cremisi e indaco e oro che cade sui giunchi e i
pioppi verso la verde terra piatta; una bellezza che intimorisce in
quest’unirsi d’acqua selvaggia e selvaggio cielo, una visione straniante, come
accade nei film più danubiani di Emir Kusturica... Sembra di sentire, appena
coperto dal treno merci, il canto di un bluesman, la sua gola è secca e il
cuore cupo perché la vita, anch’essa, scorre via rapida come il fiume, tutti i
fiumi. Per un attimo è come essere sul Mississippi Delta, la Gerusalemme del
blues, dove nelle serate d’estate anche le cicale sembrano ondeggiare ebbre di
calura evocando il call and response fra un campo e l’altro, banjo qui lungo un
fosso, armonica là nel canneto che costeggia la vecchia ferrovia del cotone...
