Seconda tappa del viaggio lungo il Po, in un paradiso naturale dove eccellono 30 aziende che producono ruote panoramiche e montagne russe e dove si alleva un mollusco che ha appena ricevuto il prestigioso marchio dall'Unione Europea
“E’ che se in Italia non hai il vino non sei
nessuno”, dice Maurizio Barotto vogando controcorrente con il suo “batel del
Po”. Si sta parlando del Polesine, quest’isola incastonata tra l’Adige, il Po e
l’Adriatico, che non capiamo, dopo giorni di esplorazioni, perché non abbia
ancora conosciuto la classica riscoperta, il famoso “re-branding” che ti fa
diventare di moda. Prima o poi anche l’angolo più remoto, la valle più sperduta
e fuori dai circuiti hanno il loro momento di riscatto; arriva il New York
Times che indica la “nuova Toscana” di turno, il marketing parte in quarta
e sei subito nel giro. “Manchiamo solo noi, toh forse il Molise… Ma per avviare
la pratica, uscire dall’isolamento e diventare doc, oggi devi almeno avere un
vino potabile. Invece siamo ancora quelli dell’alluvione, il Mezzogiorno del
Nord”. Anche il cinema di solito funziona bene, ma il Polesine, come il Grande
Fiume che l’ha creato a propria immagine e somiglianza e come Maurizio col suo
batel fatto a mano, anche lì non ha seguito la corrente comoda della modernità
e le commediole tipo “Basilicata Coast to Coast”.
